Bonus casa, conti da rifare dopo la stretta

Norme antifrodi. Il divieto di cessioni multiple e le indagini sui crediti fittizi bloccano molti potenziali acquirenti e impongono di ripensare gli investimenti
Le detrazioni. L’alternativa alla monetizzazione degli incentivi è l’uso diretto, che è però impossibile per i forfettari ed è limitato dall’incapienza fiscale.

 

Il sole 24 ore

 

La stretta antifrodi sui bonus casa mette a dura prova anche chi vuol fare le cose in regola.
Proprietari e professionisti con lavori in corso stanno cercando in questi giorni di perfezionare le cessioni dei crediti d’imposta, scongiurando il rischio che i bonus diventino di fatto “incedibili”. L’allungamento fino al 16 febbraio del periodo transitorio dà un po’ di respiro in più, prima che scatti il divieto di cessioni successive alla prima. Ma di questa boccata d’ossigeno beneficia soprattutto il mercato secondario, compresi gli istituti di credito che hanno più tempo per ottimizzare la collocazione dei bonus tra le società del gruppo. Sul mercato primario, invece, ci sono grandi difficoltà: tra obbligo di asseverazione, divieti in arrivo e indagini sulle frodi, molti potenziali compratori (banche, poste e assicurazioni) hanno già bloccato o rallentato gli acquisti dei crediti.
Così, chi non ha ancora avviato i cantieri – o, comunque, non ha ancora maturato un credito cedibile – deve rifare i conti sulla convenienza, con l’aggravante di un quadro normativo ancora in evoluzione e atipico. Basti pensare che a correggere il decreto legge Sostegni-ter è stata, giovedì scorso, una Faq delle Entrate, poi ripresa venerdì da un provvedimento del direttore dell’Agenzia.
La stretta alle cessioni si è resa necessaria per arginare le frodi, con 2 miliardi di crediti fittizi già monetizzati. Ma l’effetto indiretto è che oggi non si può essere certi di trovare subito un compratore. Tanto che il Servizio studi del Senato ha chiesto di approfondire l’eventuale minor gettito derivante da un rallentamento dei lavori agevolati.
Nell’incertezza, va quanto meno riconsiderato il vecchio schema: cioè, il recupero delle detrazioni in dichiarazione dei redditi sotto forma di riduzione dell’imposta.
Prendiamo il cambio della caldaia in una casa monofamiliare (caso n. 2 nelle schede). Poniamo che il costo “chiavi in mano” del nuovo impianto – agevolato dall’ecobonus al 65% – sia 6mila euro. Se la ditta offre lo sconto in fattura, il proprietario deve pagare 2.100 euro, più gli oneri finanziari di 850 euro (a copertura dei costi sostenuti dall’impresa per farsi anticipare la liquidità e cedere a una banca il bonus). Di fatto, il proprietario chiuderebbe l’operazione pagando circa metà della spesa ed eviterebbe i costi extra per l’asseverazione e il visto di conformità (non necessari, secondo la manovra 2022, per i lavori fino a 10mila euro e in edilizia libera). Senza sconto in fattura – e senza cessione – dovrebbe invece pagare tutti i 6mila euro e poi recuperare 3.900 euro come sgravio dall’Irpef spalmato in dieci anni dal 2023.
La ripresa dell’inflazione (+4,8% annuo il dato provvisorio di gennaio) rende senz’altro meno vantaggioso il rimborso fiscale decennale. Ma non è questo oggi l’inconveniente principale delle detrazioni. Piuttosto, quando l’investimento aumenta, il bonus arriva a cifre che pochi possono scaricare. Acquistare una villetta dal costruttore con il sismabonus (caso n. 5) può lasciare una detrazione di 16.320 euro all’anno per 5 anni, che per essere assorbita richiede un reddito di almeno 54.500 euro (sempre che non ci siano altre detrazioni). Un livello reddituale raggiunto da meno di un contribuente italiano su 20. Lo stesso problema si pone per il superbonus, che dal 2022 si recupera in quattro rate.
L’altro inconveniente delle detrazioni riguarda coloro che applicano il forfettario, oltre 1,9 milioni di persone. Non pagando Irpef, hanno bisogno di cessione o sconto in fattura.
Anche quando non ci sono questi inconvenienti, per sfruttare direttamente le detrazioni c’è bisogno di un proprietario che possa anticipare tutta la spesa e poi recuperarne una parte nel tempo. Il fatto che 10,3 milioni di contribuenti su 41,5 abbiano usato il bonus del 50% (dichiarazioni 2020) dimostra che lo strumento della detrazione ha comunque un suo appeal. Ma è noto che si tratta per lo più di lavori su abitazioni singole e di piccoli interventi condominiali, spesso non rinviabili. I grandi interventi di riqualificazione dei condomìni, invece, sono molto difficili da deliberare senza meccanismi di cessione del credito e contestuale finanziamento. Anzi, anche quando il bonus viene ceduto e il condominio si fa finanziare, se la detrazione non è molto elevata i proprietari devono comunque farsi carico di una quota significativa dei costi (caso n. 4). Ma questo solleva un altro tema: fino a che punto lo Stato debba finanziare con la fiscalità generale la riqualificazione edilizia e per quale tipo di interventi.